Moussa Balde nasceva in Guinea e all’età di 18 anni intraprendeva il viaggio migratorio che lo conduceva fino in Italia.

Qui chiedeva protezione internazionale e iniziava un percorso connotato da grande impegno sociale e attenzione per i più deboli.

Gli operatori del centro di accoglienza ove risiedeva, ad Imperia, lo ricordano come un ragazzo volenteroso curioso e sorridente, sempre pronto ad aiutare chi aveva bisogno, con particolare attenzione alle persone con disabilità.

Da subito si impegnava nello studio della lingua italiana, che nel giro di pochissimi mesi arrivava a parlare correttamente e fluentemente.

Le lunghissime tempistiche della pratica il riconoscimento della protezione internazionale tuttavia gettavano il giovane in uno stato di sconforto. Il limbo in cui era costretto a rimanere per anni e l’impossibilità di progettare il suo futuro e la realizzazione dei propri progetti, spingevano Moussa a decidere di lasciare l’Italia per trasferirsi in Francia, dove sperava di poter più velocemente regolarizzare stabilmente la sua posizione e costruire la sua vita, approfondendo gli studi elettrotecnici di cui era appassionato.

Giunto alla frontiera francese veniva tuttavia respinto e, vivendo tale situazione come il fallimento del proprio percorso migratorio, a causa della vergogna che provava interrompeva ogni contatto con la famiglia rimasta in Guinea e decideva di non fare rientro nell’imperiese, ove viveva la sua rete sociale ed amicale, per fermarsi a Ventimiglia.

Lì non trovava un luogo ove vivere, ed era costretto per settimane a dormire per strada.

Nel maggio del 2021 Moussa veniva brutalmente picchiato da tre uomini, che lo colpivano con pugni, calci e sprangate. Il tutto veniva ripreso dalle telecamere di sorveglianza della Questura di Ventimiglia, davanti alla quale avveniva l’aggressione.

Il giovane veniva trasportato in ospedale per via delle gravi ferite inferte (in particolare sul capo) e da lì, trovatolo provo di un valido permesso di soggiorno, direttamente traferito presso il Centro per i Rimpatri di Torino per essere espulso.

All’interno del C.P.R. Moussa veniva collocato nel cosiddetto “ospedaletto”, una struttura separata dalle aree ove sono trattenute le persone, la cui esistenza, non normata in alcuna maniera, sarebbe giustificato da esigenze di isolamento sanitario.

I motivi del trasferimento ad oggi non sono chiari: vi era infatti stato il sospetto che il giovane fosse affetto da scabbia, ma immediatamente i sanitari del centro diagnosticavano che si trattasse al contrario di una semplice psoriasi, dunque non contagiosa.

Moussa, nonostante le ricerche effettuate in tutta Italia (Torino compresa) veniva individuato solo dopo diversi giorni dall’ingresso nel C.P.R. da un legale.

Dopo diversi giorni di isolamento, il 23 maggio 2021 Moussa veniva ritrovato morto nella sua “stanza”. Egli, in assenza di una costante sorveglianza, si era impiccato.

La tragica morte di Moussa generava un’ondata di indignazione tra gli avvocati e la popolazione civile di Torino e non solo, che denunciavano le inumane condizioni in cui erano trattate le persone all’interno dei C.P.R. e l’assenza di protocolli di prevenzione del rischio suicidario.

I genitori, i fratelli e le sorelle di Moussa non venivano in alcun modo avvisati dalle autorità italiane della sua morte, che apprendevano solamente dalle notizie riportate dai media guineiani.

I solidali e i legali riuscivano a mettersi in contatto con loro e grazie ad una importante raccolta fondi promossa dalla comunità guineiana in Italia, si procedeva a rimpatriare la salma.

A seguito della morte di Moussa la Procura della Repubblica di Torino avviava un’approfondita indagine che portava alla luce molte delle mancanze e delle irregolarità nella gestione del C.P.R. di Torino (e dei C.P.R. in generale) e in particolare dei locali denominati “ospedaletti”.

Grazie alla loro forte determinazione e alla rete di solidarietà concentrata intorno al caso della morte di Moussa, la sua famiglia è riuscita a venire diverse volte in Italia, costituendosi parte civile sia nel procedimento definito ad Imperia contro i tre aggressori di Moussa sia in quello pendente innanzi al Tribunale di Torino.

Il processo di Imperia portava alla condanna a due anni di reclusione, con sospensione condizionale della pena, per i tre aggressori, mentre il lungo processo penale tenutosi a Torino portava nel marzo del 2026 alla condanna in primo grado della responsabile del C.P.R. all’epoca dei fatti, dipendente della società francese GEPSA, per omicidio colposo.

La famiglia ha potuto vedere i luoghi dove il giovane ha vissuto e ascoltare i ricordi di chi l’ha conosciuto, impegnandosi nella lotta per ottenere giustizia per il figlio e la chiusura di tutti i C.P.R., affinchè quello che è successo a Moussa e a tanti altri non debba mai più ripetersi.