Storia dei CPR in Italia, con focus su Torino
I Centri di permanenza per i rimpatri, oggi noti come CPR, sono il risultato di una lunga evoluzione normativa e politica iniziata alla fine degli anni Novanta. La loro origine risale alla legge n. 40 del 1998, la cosiddetta Turco-Napolitano, che introdusse per la prima volta nell’ordinamento italiano i Centri di permanenza temporanea e assistenza (CPTA). Il trattenimento amministrativo veniva previsto nei casi in cui l’espulsione non potesse essere eseguita immediatamente, ad esempio per la necessità di identificare la persona, acquisire documenti di viaggio o organizzare il trasferimento. Fin dall’inizio, quindi, i centri nacquero come strumenti di controllo e rimpatrio, pur essendo formalmente distinti dal carcere.

La nascita dei CPTA si colloca dentro un contesto più ampio, segnato dal rafforzamento delle politiche europee di controllo delle frontiere e dall’ingresso dell’Italia nello spazio Schengen. In quegli anni il tema migratorio venne sempre più ricondotto a una logica di emergenza, sicurezza e gestione dei flussi. In questo quadro, il trattenimento amministrativo divenne la risposta individuata dal legislatore per garantire l’esecuzione delle espulsioni nei confronti delle persone prive di un valido titolo di soggiorno. Già nelle prime analisi istituzionali emerse però una forte ambiguità: i centri venivano presentati come luoghi di assistenza temporanea, ma nella pratica si configuravano come spazi di privazione della libertà personale.Nel corso degli anni il sistema si è progressivamente irrigidito. Con la legge n. 189 del 2002, nota come Bossi-Fini, il trattenimento ha assunto un ruolo ancora più centrale nelle politiche migratorie italiane. Le successive modifiche normative hanno inciso sia sulle procedure sia sulla durata massima della permanenza, rafforzando l’idea del centro come strumento ordinario di gestione dell’irregolarità. Nel 2008 i CPTA hanno cambiato denominazione e sono diventati Centri di identificazione ed espulsione (CIE), a conferma di una crescente enfasi sulla funzione coercitiva della struttura. In una fase successiva si è affermata la denominazione attuale di CPR, Centri di permanenza per i rimpatri, dentro una nuova stagione di rilancio del sistema.Al di là dei cambiamenti di nome, vi sono criticità rimaste costanti. Le fonti istituzionali e i reportindipendenti mostrano che il sistema presenta da tempo una notevole distanza tra obiettivi dichiarati e risultati concreti.
Una quota rilevante delle persone trattenute è già identificata al momento dell’ingresso, e solo una parte dei trattenimenti si conclude con un rimpatrio effettivo; molte persone vengono invece rilasciate per decorrenza dei termini o per altri motivi. La composizione della popolazione trattenuta è inoltre molto eterogenea: vi rientrano persone fermate per ingresso irregolare, ex detenuti, persone che hanno perso il permesso di soggiorno, soggetti vulnerabili e, ormai di regola, anche richiedenti asilo. Questa commistione ha contribuito a rendere i centri luoghi ad alta tensione, segnati da proteste, rivolte, danneggiamenti e ripetuti interventi di ristrutturazione.
Il CPR di Torino

Il CPR di Torino occupa un posto centrale in questa storia. Inaugurato nel 1999 nell’area della Caserma Cavour, in Corso Brunelleschi, è stato uno dei primi centri appositamente destinati al trattenimento amministrativo degli stranieri in vista del rimpatrio. La struttura torinese è diventata nel tempo uno dei luoghi più emblematici del sistema nazionale, sia per la sua lunga continuità di utilizzo sia per il numero e la gravità degli episodi che l’hanno attraversata.Nel corso della sua storia il centro è stato più volte interessato da incendi, proteste, tentativi di fuga e danneggiamenti. Già nel 2016, durante una visita di Medici per i Diritti Umani, la capienza effettiva risultava drasticamente ridotta rispetto a quella teorica a causa dei danni subiti dalle aree abitative. A fronte di una capienza storicamente indicata in 210 posti, in quel momento risultavano presenti 60 trattenuti su 62 posti effettivamente disponibili. La struttura appariva organizzata in sei aree separate da recinzioni metalliche, con una sola area pienamente utilizzabile e altre rese inagibili o solo parzialmente occupate proprio per effetto delle rivolte.Una peculiarità del centro torinese è stata per anni la presenza del cosiddetto “ospedaletto”, un’area composta da celle o stanze di isolamento, utilizzate secondo criteri non chiari. In diversi resoconti questa sezione è stata descritta come uno degli spazi più critici dell’intera struttura, per l’assenza di arredi adeguati, per l’isolamento imposto alle persone trattenute e per l’uso di fatto anche in funzione disciplinare. Proprio il CPR di Torino è stato il luogo della morte di Moussa Balde, avvenuta nel 2021, un episodio che ha segnato in modo profondo la storia recente del centro.I problemi rilevati a Torino non riguardano soltanto le condizioni materiali degli edifici, ma anche l’organizzazione della vita interna. Diversi reporthanno segnalato l’assenza o la forte carenza di attività ricreative, la difficoltà di accesso ai servizi di tutela legale, le barriere linguistiche, la fragilità dei percorsi sanitari e una diffusa inattività forzata. Nel 2016 MEDU descriveva una situazione segnata da forte tensione psicologica, dalla diffusione di farmaci ansiolitici e sedativi e dalla percezione, da parte di molti trattenuti, di un regime peggiore di quello carcerario.Negli anni più recenti ilCPR di Torino ha continuato a rappresentare in forma particolarmente evidente le contraddizioni del sistema nazionale. Dopo una lunga fase di riduzione della capienza dovuta ai danneggiamenti e alle continue proteste, il centro è stato chiuso nel 2023 perlavori di ristrutturazione. Nel 2024 è rimasto inattivo, pur continuando a generare costi significativi. Alla riapertura, avvenuta all’inizio del 2025, sono state riattivate solo alcune aree, mentre altre risultavano ancora in fase di ripristino o di prossima attivazione. Anche nella nuova fase si sono registrati episodi di protesta, tra cui uno sciopero della fame e una rivolta con incendio che ha condotto alla chiusura dell’area viola.I dati disponibili confermano inoltre come il caso torinese rifletta criticità strutturali che riguardano l’intero sistema. Nel periodo 2018-2023 il centro ha registrato una permanenza media più alta della media nazionale, una percentuale di rimpatri più bassa e una quota significativa di uscite per decorrenza dei termini. Allo stesso tempo, una parte rilevante delle risorse è stata assorbita da costi di manutenzione straordinaria, a conferma di una storia segnata da danneggiamenti ricorrenti e da una funzionalità spesso compromessa.La storia del CPR di Torino, dunque, non è una vicenda separata o marginale, ma una lente attraverso cui osservare l’evoluzione dei centri di trattenimento in Italia. Dalle origini dei CPTA alla stagione dei CIE fino agli attuali CPR, il centro di Corso Brunelleschi mostra con particolare evidenza le tensioni che attraversano questo modello: la distanza tra finalità dichiarate ed effetti reali, l’alto costo economico e umano del trattenimento amministrativo, la ripetizione ciclica di chiusure, ristrutturazioni e riaperture, e la difficoltà di conciliare le esigenze di controllo con la tutela della dignità e dei diritti delle persone trattenute.
Fonti essenziali
Commissione ministeriale sui centri di trattenimento e accoglienza, 2006.Medici per i Diritti Umani, Resoconto visita al CIE di Torino, marzo 2016.Piattaforma “Trattenuti” di ActionAid, scheda sul CPR di Torino –Corso Brunelleschi. Fonte trasmessa dall’utente.Estratto del volume “Gorgo CPR. Tra vite perdute, psicofarmaci e appalti milionari”, Altreconomia, 2024.